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IMPARARE A VOLARE
2018-11-29 21:51:46 - Blog
IMPARARE A VOLARE

Eh sì, lettori, il tempo è giunto. Il tempo di ricominciare a scrivere. Avrei voluto raccontare due anni di istruzione familiare in un diario di bordo, una specie di resoconto “dal vivo” di ogni singolo passo, emozione, gioia, fatica. E invece, il tempo non c’è stato. Tutte le energie protese a pensare che cosa si sarebbe fatto il giorno dopo, come si sarebbe potuto risolvere un problema, come coinvolgere in maniera nuova e interessante le ragazze. 
 
Homeschooling: si parte!
 
Sì perché ho fatto la scelta della homeschooling e ho avuto due allieve: mia figlia e una sua amica, due personalità molto diverse e alcuni atteggiamenti di fondo simili: una ribellione silenziosa e inespressa, ma latente, che portava mia figlia ad ammalarsi in continuazione con febbri e febbriciattole, virus di passaggio, varie ed eventuali, fino ad arrivare a perdere circa un terzo di lezioni scolastiche ogni anno, e l'amica a chiudersi in un linguaggio felino durante le interazioni con i coetanei, a dispetto delle strabilianti capacità verbali e argomentative che dimostrava.
 
Beh, per affrontare un esame di terza media non ero da sola. Impensabile occuparmi anche dell’area matematico, scientifica e tecnica, con le stesse competenze con cui avrei potuto affrontare il resto. Così, ci siamo organizzati tra genitori e ci siamo suddivisi i compiti in base alle nostre conoscenze di settore più specifiche. Andrea si è occupato della matematica e della tecnologia, Dante delle scienze e del canto di Miriam, Annarita della grammatica italiana, Nicole della musica per Camilla e io di tutto il resto. 
 
 
Ma sei pazza?
 
Oh, già immagino le critiche: delirio di onnipotenza, pensare di fare tanto e di essere competenti in tutte quelle materie: lingua italiana, lingua straniera, letteratura, storia dell’arte, storia della musica... 

In realtà, abbracciare l’area umanistico linguistica da parte di un unico docente, ha avuto degli enormi vantaggi. Trasmettere alle ragazze l’idea che la cultura sia un tutt’uno organico, consente un’apertura mentale non indifferente nonché una riduzione del carico di studio notevole, perché il sapere non è frammentato tra docenti, epoche storiche, secoli diversi: un caos conoscitivo esorbitante. 
 
Un’educazione basata su troppe informazioni mal collocate e irrelate è antitetica ai risultati dei più recenti studi sull’apprendimento legati alle neuroscienze. Si possono fare anche tante cose, imparare anche molte nozioni, ma è fondamentale che siano ben collegate, ben strutturate
 
Ci hanno soccorso i “trucchi del mestiere”: dalle mnemotecniche alle mappe mentali, all'organizzazione dello studio, dei tempi e dello spazio di lavoro. 
 Ma, soprattutto, il lavoro specifico legato alle competenze disciplinari è stato solo una minima parte di questa impresa. L'aspetto più importante è stato piuttosto quello didattico, psicologico, motivazionale. La fatica maggiore è stata trovare ogni giorno il modo di incuriosire le ragazze, partendo dalle loro passioni individuali, per ampliarne gli orizzonti ed appassionarle ad aspetti dello scibile verso i quali prima c’erano disinteresse o un’attenzione simulata. 
Che dire di una figlia che, verso la fine della seconda media, riesce ad aprirsi alla propria verità interiore e mi confessa: “Mamma, a me la scuola fa schifo. Se faccio qualcosa, lo faccio solo per te, perché so che ci tieni. A scuola, se anche dovessi sparire, non se ne accorgerebbero nemmeno. A scuola sono uno zero assoluto, un vuoto totale”. 
 
No, grazie.
 
No, grazie. La figlia tredicenne filosofa esistenzialista e nichilista la lascio a chi ancora crede che ordine e disciplina siano gli unici metodi per ottenere dei risultati o che siano l’unica modalità di insegnamento da applicare a qualunque ragazzo e contesto.
 
E qui sfatiamo un altro mito: quello che noi genitori di homeschooler siamo tutti degli ingenui, che credono che si possa imparare senza fare fatica. Certo, esiste anche questo nell’universo sfaccettato dell’educazione parentale. Ma il mio approccio è stato diverso. Supportata dagli studi delle neuroscienze, ho cercato di unire alcuni metodi per rimuovere le emozioni negative legate all’apprendimento, con strategie per abituare le ragazze alla disciplina necessaria, alla fatica che occorre fare ogni volta che si immettono nel cervello nuove informazioni. Se il processo di apprendimento non è supportato da un catalizzatore motivazionale molto pragmatico (la risoluzione di problemi pratici e concreti, per i più piccoli, che potranno aprirsi alle meraviglie e ai brividi dell'astrazione quando il loro cervello sarà pronto) e una dimensione affettiva autentica e profonda, è effettivamente difficile imparare. 
 
Ma la motivazione è anche direttamente legata al senso di padronanza nei confronti del materiale di studio da parte degli studenti. Se il processo di apprendimento è troppo veloce e troppo nozionistico, le informazioni escono allo stesso modo in cui sono entrate. Quello che ne rimane è il senso dell’inutilità dello sforzo fatto. Se, invece, i pochi, piccoli, ma importanti tasselli del sapere sono collocati al posto giusto nel cervello e ripetuti nel tempo secondo il metodo dell’“apprendimento spaziato”, ecco che si fissano nella memoria a lungo termine. È in questo modo che si costituisce un sapere che non andrà a finire nella cantina della memoria dalla quale i singoli tasselli non verranno più ripescati, fino a deteriorarsi, bensì saranno riposti in ordine in quegli scaffali del nostro palazzo cerebrale, dal quale saremo in grado di andarli a ripescare quando risulterà necessario.
 
A ciò si aggiunga il fatto che la motivazione si innesca quando i ragazzi si sentono attivi e facenti parte di un progetto più grande, quando sanno che ogni loro azione ha un senso anche sociale. L’esclusione dalla possibilità di essere soggetti attivi nella costruzione di un mondo migliore e a misura di ragazzo si accompagna e forse precede quel processo di isolamentAzione (conio un neologismo per sottolinearne l’aspetto attivo) di fronte a tutti i supporti tecnologici, molto più seducenti della faticosa conquista quotidiana di uno spazio (reale, mentale, simbolico) in cui essere protagonisti.
 
A questo scopo abbiamo fatto ricerca, soprattutto in inglese, sull’entusiasmante impresa di Felix Finkbeiner, un ragazzino che a soli nove anni, nel 2007, dopo aver fatto una ricerca scolastica sui cambiamenti climatici, diede avvio a un processo di piantumazione di alberi, dapprima nella scuola, ampliando poi il progetto attraverso una fondazione, che in questi dieci anni ha piantato nel mondo ben 14 miliardi di alberi.
 

Passo dopo passo
 
Qui di seguito ripercorro le tappe del primo anno di scuola familiare.
 
Ogni singola giornata iniziava con mezz’ora circa di ballo e qualche esercizio di Braingym, per ossigenare il cervello, ma anche per attivarsi e attivare le aree cerebrali preposte all’apprendimento, nonché per alzare il tono dell'umore e partire con la giusta disposizione d’animo. Seguiva una breve meditazione per rilassarsi e, dopo essersi caricate di entusiasmo, per svuotarsi dai pesi mentali e psicologici e così trovare la giusta concentrazione.
 
Se durante la giornata era previsto il tema di italiano, la meditazione terminava con una suggestione legata al testo che avrebbero dovuto scrivere in seguito, per lasciare il cervello libero di scorazzare su un argomento, del quale, poi, avremmo ripreso le fila.
 
Dopo queste fasi preparatorie, iniziava la lezione.
 
Se si trattava di materie di studio, di solito lanciavo alcune provocazioni quali: “Che cosa vi dice questa parola? Che cosa sapete di questo argomento? Avete mai sentito parlare di...? Riuscite a vedere il legame tra questo dipinto, questo brano musicale e questo stralcio letterario?”, per agganciarmi a ciò di cui le ragazze già sapevano qualcosa. In tal modo, lasciandole parlare liberamente, iniziavano a superare la paura di parlare in pubblico e intanto si attivava il cervello all'apprendimento di nuove nozioni.
 
Il lavoro di scrittura vero e proprio, invece, proseguiva con un brain-storming su un foglio A1 steso a terra. Verso la fine della meditazione, infatti, lanciavo un'idea che poi diventava il perno attorno al quale far fluire liberamente i pensieri. Dopodiché, esaurite le idee girovaghe, chiedevo alle ragazze di selezionare tra le tante voci, quelle che suscitavano il loro maggiore interesse e di trascriverle, ciascuna per conto proprio, secondo un ordine logico. Iniziava così a strutturarsi un discorso. A quel punto, il processo di scrittura risultava relativamente facile e veloce.
 
Un'altra modalità, invece, è stata l'approccio alla scrittura creativa vera e propria. Testi brevi e divertenti sulla base di svariate suggestioni, tra le quali quelle veramente interessanti di Annamaria Testa. Un gioco, quasi, che abbiamo svolto insieme: io, per essere alla pari con le ragazze, non avevo letto le suggestioni di scrittura dell’autrice e abbiamo scritto contemporaneamente, ridendo poi dei risultati ottenuti e leggendo in seguito i commenti, per capire se e come avessimo davvero colto il nucleo cui l'autrice ci voleva portare.
 
 E veniamo infine alla lingua straniera. In primo luogo, abbiamo fatto almeno un'ora di inglese al giorno. Da un lato abbiamo ripreso la grammatica dai fondamenti, perché non avevano assimilato correttamente le strutture grammaticali di base. Dall’altro lato, però, siccome il livello di comprensione anche orale era molto alto, ho approfittato di questa disposizione delle ragazze per far ripartire il volano motivazionale: abbiamo visto insieme alcuni dei cartoni animati in inglese di Albert Barillé: “C'era una volta la terra”, una serie di puntate a sfondo ambientalista e sociale.  E così, oltre all'inglese, svolgevamo una parte delle lezioni di geografia. Oltre a ciò, abbiamo imparato alcune canzoni, scelte da loro, cantandole, traducendole, cercando di comprendere insieme quello che io chiamo “il canzonese”, tutte quelle forme contratte, ellittiche, gergali di cui la musica giovanile è intrisa.
 
 

Corpo, voce e cuore
 
Se Miriam è stata la nostra cantante ufficiale, Camilla sognava invece di fare l’attrice e ho cercato di assecondare la sua passione per il cinema cercando sul web film a sfondo storico da accompagnare alla lezione di storia; tra i tanti, abbiamo visto l'intero sceneggiato dei Promessi Sposi, anticipato o seguito a seconda dei casi, dalla lettura di alcuni brani originali di Manzoni.
 
Siccome Camilla è una cinestesica e Miriam un'auditiva, ho permesso a ciascuna loro di privilegiare i propri stili di apprendimento, utilizzando canzoni ogni volta in cui fosse possibile per Miriam, e chiedendo a Camilla di realizzare mappe mentali colorate, di tagliare e incollare, creando uno splendido lapbook che documenta le tappe principali del nostro percorso. 
Con la consapevolezza dei propri sistemi rappresentazionali privilegiati, abbiamo, però, anche cercato di utilizzare anche i canali sensoriali non preferenziali, per allenarne l'uso in qualunque contesto di apprendimento. Durante la lezione e la spiegazione, pertanto, ho utilizzato tutte e tre le modalità: visiva, auditiva, cinestesica.
 
Abbiamo inoltre cercato di accompagnare il loro percorso cognitivo con gite e uscite didattiche allo scopo di rendere lo studio, per quanto possibile, più esperienziale.
Qui di seguito alcune foto a testimonianza del percorso e la tesina interdisciplinare di Camilla sul cinema delle origini.
 
 
 

 
Attualmente entrambe le ragazze sono iscrittte al Liceo delle Scienze Umane. Alcune loro caratteristiche di fondo sono cambiate, altre sono rimaste immutate. Per esempio, ora Camilla afferma di voler diventare psicologa, perché la materia "Scienze umane" le piace davvero molto. Che cosa le aspetterà nella vita è tutto da disegnare ancora, ma quello che conta è che il presente scolastico non è più fatto di insofferenza e malessere, l'apprendimento, pur con tutti i suoi aspetti anche faticosi, inizia a dare i suoi frutti succosi.


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