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LA MOTIVAZIONE
2016-01-19 17:59:44 - Scuola
LA MOTIVAZIONE


Abbiamo già parlato della ricompensa come strumento che un genitore o un insegnante può utilizzare per muovere la motivazione di un ragazzo allo studio e alla fatica.


La ricompensa, però ha alcuni limiti.

Intanto, la ricompensa funziona, soprattutto se inattesa. Io, per esempio, in quanto madre che sperimentava questi metodi, inizialmente acquistavo delle card tra le sue preferite, ma, anche consegnandole una sola card ad ogni pausa, con tutte le ore di studio in un pomeriggio, c’era da svenarsi. Oltre tutto, questo accumulo di card, costosissime e, per il mio gusto poco piacevoli, andava contro i miei principi. Allora ho adottato gli adesivi, faccine, animaletti: gliene consegnavo uno alla volta, ritagliato da una serie di una ventina, così, almeno, le mie tasche non diventavano verdi… 
 


In ogni caso, per rendere la ricompensa sempre inattesa occorrerebbe il cappello del prestigiatore, un’arte che non è alla mia portata e immagino che lo stesso problema riguardi la maggior parte di noi, a parte forse qualche genitore molto inventivo e creativo...

E, comunque, ma perché sempre solo cose materiali?

E, in ogni caso, che cosa fare per produrre la molecola della motivazione, la dopamina?

Un opuscolo, messo a disposizione gratuita online per genitori e insegnanti, Motivation Matters della Carnegie Foundation for the advancement of teaching mi ha offerto molte interessanti risposte.

La parola MOTIVAZIONE, dal latino movere, muovere, descrive il desiderio degli studenti di impegnarsi a studiare e a far bene. Più precisamente, gli psicologi la definiscono come “l’indirizzare energie e passione verso un risultato”; essa è ciò che dà inizio, direzione, sostegno, o arresta un comportamento. La motivazione è determinata da atteggiamenti che influenzano il livello dell’impegno degli studenti durante lo studio, cioè influenza quanto gli studenti sono attivi nel loro lavoro (di conseguenza quanto duramente lavorano) e determina la misura della perseveranza di fronte agli ostacoli.

I ricercatori hanno identificato un numero di ingredienti che contribuiscono alla motivazione degli studenti. Differiscono in peso e categorizzazione, ma tra di essi ci sono:

  • la convinzione che uno studente possa essere in grado di svolgere un compito,
  • che possieda un senso di controllo sul lavoro,
  • la comprensione del valore del lavoro,
  • l’apprezzamento di come lo studente e il lavoro siano legati a un gruppo sociale.

La motivazione, inoltre, subisce l’influenza delle

  • esperienze di vita, sia all’interno che al di fuori dell’ambiente scolastico.


Alcune ricerche recenti mostrano che il cosiddetto “stress tossico”, determinato da esperienze di vita come la fame o l’essere senza tetto, si può manifestare negli studenti sotto forma di distrazione, mancanza di autocontrollo e mancanza di fiducia negli altri. Naturalmente si tratta di esperienze estreme, che i nostri studenti di solito non conoscono, tuttavia questi studi dimostrano come le condizioni reali dell’ambiente in cui i ragazzi crescono e le differenze socio-culturali di partenza siano determinanti anche per la motivazione alla fatica e all’impegno.

Queste ricerche si concentrano sugli aspetti psicologici e comportamentali legati alla motivazione negli studenti: come gli studenti rispondono agli stimoli ad imparare, come vedono se stessi in quanto persone che apprendono, quale posto pensano di avere nella vita delle loro scuole. Un sentiero promettente e, tuttavia, ancora ampiamente inesplorato, per ottenere risultati migliori.

Si può operare una distinzione tra motivazione intrinseca e motivazione estrinseca.

In teoria, tutti gli studenti darebbero un valore intrinseco all’apprendimento: sarebbero mossi da nient’altro che la gioia di acquisire conoscenze e abilità, ma per tutta una serie di ragioni, tutto ciò non accade.

Una via d’accesso al cambiamento di comportamento degli studenti immotivati consiste nello stimolarli con incentivi esterni. C’è chi usa anche ricompense in denaro.


Tuttavia, ciò funziona se ci si concentra sul processo (l’impegno dimostrato dal ragazzo) piuttosto che sul risultato (il voto). E comunque ritorniamo sempre all’impasse cui abbiamo accennato sopra, per cui, quando la ricompensa non è più inattesa, essa va addirittura a minare il meccanismo che innesca la motivazione intrinseca.

La soluzione consisterebbe nell’uso di ricompense indirizzate ai comportamenti degli studenti, comportamenti, però, realizzabili!

Inoltre, esse dovrebbero suscitare nello studente l’interesse, ma non andrebbe “somministrata” in maniera tale da andare a minare la fiducia in se stessi.

Alcuni esempi su come motivare gli studenti, magari un po’ ovvi per molti insegnanti, ma che, in base alla mia esperienza, non sono poi così diffusi:

  • se i ragazzi non sono motivati allo studio, per esempio, della geometria, far fare loro delle misurazioni dal vivo, far fare i calcoli in base ai dati da loro stessi raccolti;
  • per motivare gli studenti allo studio delle scienze, occorrerebbe sottolineare continuamente la rilevanza pratica delle scienze nella loro vita, magari accompagnandoli a visitare musei della scienza interattivi;
  • anche per quanto riguarda la letteratura è fondamentale insistere sul legame che c’è tra il materiale studiato e le vite reali dei ragazzi, per esempio insistere sulla capacità di cogliere certe finezze psicologiche come a volte solo la letteratura ci sa mostrare;
  • vogliamo far apprezzare ai ragazzi “Quel ramo del lago di Como…” manzoniano? Chiediamo loro di descrivere con le proprie parole un paesaggio ad essi noto, da loro amato, mostriamo la descrizione di Manzoni, magari comparativamente anche le descrizioni di altri paesaggi ad opera di altri letterati, cerchiamo di farli “calare” in queste descrizioni, quindi chiediamo loro di scrivere nuovamente la propria, sulla base delle suggestioni di chi sa scrivere in un bell’italiano.


Insomma, ognuno usi la propria fantasia, ma il concetto fondamentale sta nel trovare le connessioni tra il materiale di studio (quale esso sia) e le vite reali degli studenti.

Alison Adcock, professore assistente in psichiatria e scienze comportamentali della Duke University, parla di conazione, la facoltà mentale indirizzata dallo scopo e dalla volizione. Similmente alle emozioni ha il potere di dare forma al modo in cui percepiamo e interagiamo con il mondo. Nel suo laboratorio si studia come stati della mente come il desiderio e la curiosità possano facilitare la cosiddetta "memoria motivata", cioè il modo in cui il cervello decodifica selettivamente le memorie, in base al valore che esse hanno per noi.
Secondo gli studi del suo staff, che confermano i limiti delle motivazioni estrinseche di cui sopra, ci sono due fattori che favorirebbero l'innesco della motivazione intrinseca: la conoscenza di tecniche per l'apprendimento e la sensazione di avere il potere di manipolare l'ambiente circostante. Quello che si fa ai nostri corsi, insomma.

Dunque si conferma ancora una volta l'importanza di metodi di insegnamento che comportino anche la metacognizione e la pratica, l'uso della sensorialità, il lavoro di gruppo...

E, in questo quadro, andare a premiare il processo: comportamento, attenzione, ordine, autocontrollo, interesse, curiosità (chi più ne ha più ne metta) e non il risultato finale. Esso arriverà di conseguenza. Questi atteggiamenti, disposizioni non sono un presupposto, bensì l'esito di un processo educativo.

Ma ci torneremo meglio sopra con gli importantissimi studi sul Mindset della psicologa Carol Dweck.

STRUMENTI E CONSIGLI
2015-09-30 07:41:41 - Scuola
STRUMENTI E CONSIGLI

IL TIMER

Il primo consiglio che dò a genitori e a studenti con difficoltà di apprendimento o che presentano sintomi psicosomatici legati allo studio, è: USATE UN TIMER. Ne esistono di vari tipi, da quello del forno della cucina, ai timer “professionali”, a quelli “pupazzosi” che piacciono tanto ai più piccoli, dalle forme più svariate. In realtà, chiunque lavori con il cervello, potrebbe adottare questa strategia, perché riduce notevolmente lo stress. Vediamo come funziona.
 

  1. Puntate il timer per 25 minuti.

Durante i 25 minuti evitate ogni tipo di distrazione:

  • spegnete la televisione, silenziate il cellulare o gni tipo di avviso elettronico proveniente da computer, tablet, etc.;
  • chiedete a genitori, fratelli, amici di non disturbarvi.

Focalizzatevi sul presente. Il momento di disagio che spesso (a volte sempre) precede una sessione di studio, sparirà non appena entrerete nel processo.

Rimanete quanto più concentrati possibile.
 

  1. Quando il timer suona, fate una pausa, puntando nuovamente il timer, questa volta per soli 5 minuti.

Durante questa pausa datevi una ricompensa!

Potrete occuparvi di tutto quello che avete lasciato in sospeso, mail, sms, etc…, oppure gratificarvi con un frutto succoso, una caramella, un caffè, se siete adulti.

Ai genitori consiglio di tenere una riserva di pacchetti delle figurine preferite di vostro figlio e donargli una figurina ad ogni pausa (un intero pacchetto alla volta diventa piuttosto oneroso).
 

  1. Fate due o tre sessioni di studio con pause brevi, poi concedetevene una più lunga, di 15-30 minuti, a seconda della quantità di compiti che dovete ancora eseguire, sempre seguendo le istruzioni riportate sopra.

Siate rigorosi nel rispettare gli orari del timer! Il che vuol dire: potreste decidere di studiare per 30 minuti invece che per 25, oppure per 20 minuti. La cosa importante è: evitate di prendere tempo durante la pausa e di usarla come pretesto per non ricominciare.

Bastano anche due o tre sessioni di studio al giorno con questo metodo, per vedere già dei miglioramenti!

Per approfondire leggi l'articolo IL TIMER.



 
IL TIMER
2015-09-30 07:41:41 - Scuola
IL TIMER

Il primo consiglio che dò a genitori e a studenti con difficoltà di apprendimento o che presentano sintomi psicosomatici legati allo studio, è: USATE UN TIMER. Ne esistono di vari tipi, da quello del forno della cucina, ai timer “professionali”, a quelli “pupazzosi” che piacciono tanto ai più piccoli, dalle forme più svariate. In realtà, chiunque lavori con il cervello, potrebbe adottare questa strategia, perché riduce notevolmente lo stress. Vediamo come funziona.
 

  1. Puntate il timer per 25 minuti.

Durante i 25 minuti evitate ogni tipo di distrazione:

  • spegnete la televisione, silenziate il cellulare o gni tipo di avviso elettronico proveniente da computer, tablet, etc.;
  • chiedete a genitori, fratelli, amici di non disturbarvi.

Focalizzatevi sul presente. Il momento di disagio che spesso (a volte sempre) precede una sessione di studio, sparirà non appena entrerete nel processo.

Rimanete quanto più concentrati possibile.
 

  1. Quando il timer suona, fate una pausa, puntando nuovamente il timer, questa volta per soli 5 minuti.

Durante questa pausa datevi una ricompensa!

Potrete occuparvi di tutto quello che avete lasciato in sospeso, mail, sms, etc…, oppure gratificarvi con un frutto succoso, una caramella, un caffè, se siete adulti.

Ai genitori consiglio di tenere una riserva di pacchetti delle figurine preferite di vostro figlio e donargli una figurina ad ogni pausa (un intero pacchetto alla volta diventa piuttosto oneroso).
 

  1. Fate due o tre sessioni di studio con pause brevi, poi concedetevene una più lunga, di 15-30 minuti, a seconda della quantità di compiti che dovete ancora eseguire, sempre seguendo le istruzioni riportate sopra.

Siate rigorosi nel rispettare gli orari del timer! Il che vuol dire: potreste decidere di studiare per 30 minuti invece che per 25, oppure per 20 minuti. La cosa importante è: evitate di prendere tempo durante la pausa e di usarla come pretesto per non ricominciare.

Bastano anche due o tre sessioni di studio al giorno con questo metodo, per vedere già dei miglioramenti!
 



Per approfondimenti:

curva di apprendimento

Cerchiamo ora di capire perché questo metodo è utile

L’attenzione dura in media 40 minuti e viene visualizzata attraverso una curva ascendente, che ha il suo picco a 20 minuti, per poi tornare a discendere. Studiare per 25 minuti, significa ottimizzare il tempo a disposizione prima che l’attenzione torni a calare.

Anche se la maggior parte di noi adulti è abituata a sessioni di studio o lavoro intensive e prolungate, gli adulti e i ragazzi che adottano questa strategia si sentono meno stanchi. Gli esperti addirittura consigliano di interrompere un lavoro in corso, anche se non si è terminato o si sta per terminare (a meno che non manchi da scrivere una risposta già elaborata, per fare un esempio), perché quella breve pausa consente al cervello di rilassarsi per poi tornare a immagazzinare informazioni o a elaborarle correttamente.

Nel caso di studenti con disturbi dell’attenzione o dell’apprendimento di solito consiglio di incominciare con sessioni più brevi, anche di soli 10 minuti, seguite da pausa più ricompensa. Una volta conquistato questo traguardo, allungare man mano i tempi di studio concentrato, fino ad arrivare a 25 minuti. Qualsiasi intervento va calibrato in base al bambino o ragazzo che si ha di fronte. Mai dimenticarsi della singolarità e dell’unicità di ciascuno studente!

Nello studio è fondamentale alternare momenti di studio concentrato a momenti di riposo perché si consente al cervello di passare dalla modalità concentrata alla modalità “diffusa”, durante la quale il cervello elabora spontaneamente il materiale appreso, lo colloca nelle stanze della memoria o si ripulisce delle informazioni inutili o dei residui tossici.

In un prossimo articolo, vedremo di comprendere meglio come funziona anche questo processo.
 


 



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